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Democrazia in crisi, politica, partecipazione e società civile: a Roma tre giorni di confronto

5 ottobre 2008

Si è conclusa oggi a Roma la conferenza “La crisi della (non)democrazia” che ha preso il via venerdì 3 ottobre presso la Chiesa anglicana di San Paolo entro le Mura con il convegno dal titolo “Partecipazione e cittadinanza nella crisi della (non)democrazia” che ha visto come relatori politologi, economisti e costituzionalisti e durante il quale è stato anche presentato dalla Fondazione per la cittadinanza attiva (FONDACA) il rapporto sull’Italia del Civil Society Index “La società civile tra eredità e sfide” (lo studio analizza i risultati della parte italiana del Civil society index, un progetto di ricerca della organizzazione non governativa internazionale Civicus e già realizzato in più di 50 paesi del mondo; il progetto è consistito nella raccolta di informazioni comparabili sull’ambiente in cui la società civile opera nonché sulla sua struttura, i suoi valori e il suo impatto nella realtà).

Ieri è stata la volta – all’Università popolare di Roma – del primo esperimento di BarCamp italiano, la sessione di conferenze aperte dove scalette e contenuti sono proposti da blogger, attivisti della rete, comitati di cittadini e organizzazioni civiche e che ha, appunto, l’obiettivo di coinvolgere più direttamente le associazioni, i comitati di cittadini, i singoli attivisti, le organizzazioni civiche in un confronto, anche propositivo, sugli strumenti a disposizione dei cittadini per attivarsi sulle questioni di loro interesse e stabilire un confronto con le istituzioni). Oggi, infine, la conclusiva tavola rotonda alla quale hanno partecipato Stefano Ceccanti, Furio Colombo, Marco Cappato, Elettra Deiana, Gregorio Gitti, Giovanni Guzzetta, Lucio Malan, Marco Pannella e Cesare Salvi.

La conferenza è stata organizzata da RadioRadicale.it (dal cui sito è possibile accedere alla registrazione audio e video del convegno di venerdì), in partnership con la Fondazione per la cittadinanza attiva e ha il patrocinio dell’Assessorato al Bilancio, Programmazione Economico-Finanziaria e Partecipazione della Regione Lazio, dell’Assessorato alle politiche culturali del Comune di Roma e della Provincia di Roma e della Regione Toscana.

Si è trattato, riassumendo il senso dell’iniziativa, di tre giorni dedicati ad approfondire lo stato di malessere che attraversa le democrazie a pura rappresentanza, una conferenza focalizzata “sugli aspetti critici del funzionamento della democrazia in Italia e nel mondo, ma soprattutto sugli strumenti necessari per coinvolgere i cittadini nel processo democratico e contrastare il crescente distacco maturato dall’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni rappresentative”, come hanno spiegato gli organizzatori.

D’altra parte, al di là della polemica politica di questi ultimi giorni sulla possibile deriva “fascista” dovuta a una vocazione (vera o presunta, qui non ha importanza discutere) latente nell’attuale governo Berlusconi, l’Italia non è certo esente da quelle tensioni e criticità, dati di fondo più difficilmente contestabili denunciati da molti studiosi e richiamati anche nella presentazione della conferenza qui sotto riproposta nella sua integrità (**), che se sono comuni a molte democrazie contemporanee ma che nella realtà italiana sono ulteriormente “accentuati a causa del livello di illegalità raggiunto dalle istituzioni, dei privilegi e degenerazioni del sistema… …partitocratico, della collusione tra poteri pubblici e interessi privati, della scarsa autonomia delle agenzie preposte al controllo del potere politico”. “La deriva oligarchica – prosegue il testo – riscontrabile anche nelle altre democrazie, in Italia si è accompagnata a una condizione di illegalità e quindi irresponsabilità del potere politico. La disillusione e il cinismo diffuso tra i cittadini rendono ancora più difficile il cambiamento e il controllo democratico del potere politico, favorendo così il consolidarsi di questo assetto in una nuova forma di regime”.

Insomma, il rischio è quello di chiudersi in un circolo vizioso che finisce per svuotare con il concorso di tutti, governanti e governati, il senso stesso della democrazia. Da qui l’idea della necessità di “rivitalizzare le istituzioni classiche e disegnarne di nuove per creare una nuova ‘arena civica’ che renda possibile una ‘politica amatoriale’, in cui non sia richiesto ai cittadini di divenire degli specialisti o di partecipare costantemente, ma gli siano dati gli strumenti per attivare procedure democratiche sulle questioni che sono per loro più importanti”.

Ma se per le “forze politiche e sociali che vogliano difendere la democrazia” dalle sue possibili implosioni – rischio sempre reale denunciato fin dai tempi di Aristotele – la scommessa in gioco è, stando alle analisi di molti studiosi autorevoli, quella “di sostituire alla cultura del consumo una nuova cultura della cittadinanza”, certo è che in Italia, dando anche uno sguardo alle frammentate realtà locali, la strada sembra tutt’altro che semplice, breve e priva di ostacoli.

(**) Presentazione di “La crisi della (non) democrazia” (Roma 3-5 ottobre 2008) – Assistiamo al paradosso per cui se la democrazia è oggi il modello di governo più popolare in quasi tutti i paesi del mondo, nei paesi democratici il parlamento e i rappresentanti eletti godono della fiducia solo di una esigua minoranza della società, assai meno di organizzazioni religiose, forze dell’ordine e altre istituzioni non democratiche.

I partiti politici sono sempre meno agenzie della società civile, organizzazioni attraverso cui si realizza la partecipazione politica dei cittadini, e sempre più apparati dello Stato. Le loro risorse, sia economiche che di legittimità politica, derivano ormai quasi esclusivamente dalle istituzioni e dall’accesso ai mass media, piuttosto che dalle iscrizioni e dall’attività volontaria dei sostenitori. Come affermano due autorevoli studiosi dei partiti politici, Peter Mair e Richard Katz, “la democrazia elettorale è sempre più percepita come mezzo attraverso cui i governanti controllano i governati piuttosto che viceversa”.

In molti paesi si assiste a una deriva autoritaria delle istituzioni democratiche caratterizzata da un consenso di massa nei confronti di provvedimenti che, dal contrasto all’immigrazione clandestina alla sicurezza, dalle emergenze ambientali alla minaccia terroristica, prevedono molto spesso la sospensione di diritti umani fondamentali.

La crescente diseguaglianza economica nelle società democratiche si traduce in un crescente divario di accesso alle risorse necessarie per influenzare le decisioni politiche. Secondo uno dei maggiori politologi viventi, Robert A. Dahl, il vantaggio complessivo in termini di potere, istruzione, disponibilità economiche dei ceti privilegiati può diventare talmente forte che, anche se i ceti meno fortunati costituiscono la maggioranza dei cittadini, il disequilibrio di risorse disponibili li rende incapaci, e forse anche riluttanti, a compiere lo sforzo necessario per vincere le forze della disuguaglianza schierate contro di essi. Se aggiungiamo che il tempo messo a disposizione dai cittadini per attività politiche è in costante diminuzione, mentre aumenta a livelli sempre più elevati il costo dell’attività politica, appare realistico il rischio che ci si trovi vicini alla fine dell’aspirazione della democrazia al raggiungimento dell’uguaglianza politica tra i cittadini.

Nel mondo indaffarato dei mercati, dell’espressione individuale di sé, e nell’erosione della cultura pubblica prodotta dal consumismo, c’è il pericolo che i cittadini stiano perdendo non solo la volontà, ma anche le capacità necessarie per fare politica. Tutto sembra illusoriamente affidato alle sole scelte individuali, al di fuori delle quali agisce il destino, il prodotto di forze che non possiamo sperare di capire e non dovremmo desiderare di controllare. Il crescente disimpegno dei cittadini dalla vita politica e la perdita della fiducia nella capacità di cambiamento dell’azione collettiva, mostrano come sia fuorviante misurare il benessere delle società unicamente sulla base del prodotto interno lordo.

In Italia questi fenomeni sono ancora più accentuati a causa del livello di illegalità raggiunto dalle istituzioni, dei privilegi e degenerazioni del sistema partitocratico, della collusione tra poteri pubblici e interessi privati, della scarsa autonomia delle agenzie preposte al controllo del potere politico. La deriva oligarchica riscontrabile anche nelle altre democrazie, in Italia si è accompagnata a una condizione di illegalità e quindi irresponsabilità del potere politico.

La disillusione e il cinismo diffuso tra i cittadini rendono ancora più difficile il cambiamento e il controllo democratico del potere politico, favorendo così il consolidarsi di questo assetto in una nuova forma di regime.

Si potrebbe leggere l’attuale clima di sfiducia come un umore ciclico destinato ad essere sostituito da una nuova ondata di partecipazione e entusiasmo. Ma da cosa può arrivare questa inversione di tendenza? Secondo autorevoli studiosi è il tempo di sostituire alla cultura del consumo una nuova cultura della cittadinanza. Questo è il compito principale delle forze politiche e sociali che vogliano difendere la democrazia.

Allo stesso tempo, occorre rivitalizzare le istituzioni classiche e disegnarne di nuove per creare una nuova “arena civica” che renda possibile una “politica amatoriale”, in cui non sia richiesto ai cittadini di divenire degli specialisti o di partecipare costantemente, ma gli siano dati gli strumenti per attivare procedure democratiche sulle questioni che sono per loro più importanti.

Occorre evitare la tentazione di voler “superare” la democrazia rappresentativa, o immaginare formule deliberative che presuppongono la possibilità di un accordo “razionale” in grado di far venir meno il conflitto tra visioni. Il conflitto è ineliminabile dalla politica, ed è proprio grazie al conflitto con il potere che le minoranze sono riuscite a coinvolgere l’opinione pubblica nelle loro cause. Allo stesso tempo occorre diffidare di quelle forme di democrazia partecipativa calate dall’alto. Gli strumenti della democrazia dovrebbero essere concepiti anche allo scopo di consentire a conflitti soffocati dalla classe politica di venire al centro dell’agorà grazie all’azione dei cittadini.

Non ci sono soltanto ragioni civili a favore di un rinnovata partecipazione politica. Se i sistemi politici democratici vogliono riuscire a governare il ritmo rapido dei cambiamenti e la crescente complessità sociale ed economica, la partecipazione dei cittadini dovrebbe rappresentare una risorsa indispensabile. Più partecipazione significa infatti più informazioni immesse nel processo decisionale, un apprendimento più efficace da parte del sistema politico, e quindi politiche migliori.

La sfida del XXI secolo è disegnare un sistema politico che sappia rispondere a queste aspirazioni.

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